
NON DEVI ESSERE PIÙ VELOCE DEL DIFENSORE. DEVI FARLO MUOVERE PRIMA DI TE. ⚽🧠
Parlare di Matthew Le Tissier e il dribbling significa uscire da un’idea molto comune nel calcio giovanile: per superare un avversario bisogna necessariamente correre più forte.
Le Tissier raccontava un altro tipo di vantaggio.
Fissare.
Aspettare.
Mostrare una possibilità.
Spostare l’equilibrio del difensore.
Uscire dalla parte che si è appena liberata.
La velocità può arrivare alla fine. Ma il duello, spesso, è già stato deciso prima dell’accelerazione.
Matthew Paul Le Tissier nasce a Guernsey il 14 ottobre 1968. Oggi compie 58 anni. È uno dei simboli assoluti del Southampton, club con cui ha trascorso l’intera carriera professionistica di massimo livello. Il database ufficiale della Premier League gli attribuisce 270 presenze, 100 gol e 63 assist nell’era della competizione.
Numeri importanti. Ma il punto di questo episodio non è contarli.
È capire come un giocatore non costruito sulla velocità pura riuscisse continuamente a creare vantaggio contro avversari più rapidi.
Matthew Le Tissier e il dribbling: il duello comincia prima dell’accelerazione
Nel calcio giovanile il dribbling viene spesso associato a un’immagine molto semplice:
tocco lungo, scatto, avversario superato.
È una soluzione reale. Ma non è l’unica.
Un giocatore può vincere un uno contro uno anche rallentando.
Può utilizzare una pausa.
Può avvicinare il difensore.
Può mostrargli una direzione e uscire dall’altra.
Può far credere che stia per passare, tirare o condurre.
La Premier League, ricordando Le Tissier, ha riportato anche un giudizio molto significativo di Xavi Hernández: il talento dell’inglese colpiva proprio perché riusciva a superare avversari senza avere bisogno di farlo attraverso la velocità pura. La descrizione ufficiale della Premier League rende perfettamente l’idea di un giocatore capace di manipolare il duello prima ancora di accelerare.
Per un allenatore questo cambia la domanda.
Non più soltanto:
“Quanto sei veloce con la palla?”
Ma:
“Che cosa riesci a far fare al difensore prima di muoverti?”
Dal settore giovanile del Southampton alla prima squadra
Le Tissier appartiene profondamente alla storia formativa del Southampton.
Il club lo inserisce nella propria tradizione di sviluppo dei giovani insieme a giocatori come Alan Shearer, Gareth Bale, Theo Walcott e James Ward-Prowse. La filosofia dell’Academy dei Saints ha sempre attribuito grande valore alla tecnica, alla personalità e alla capacità di sviluppare giocatori in grado di risolvere autonomamente situazioni di gioco.
Le Tissier debutta in prima squadra nel 1986.
Nella stagione 1989/90 segna 24 gol, diventa il miglior realizzatore del Southampton e conquista il premio di PFA Young Player of the Year. Il Southampton ricorda ufficialmente quella stagione come uno dei momenti in cui il suo talento emerge definitivamente.
Il dato interessante, per la nostra prospettiva, è che non diventa un giocatore riconoscibile perché ripete sempre lo stesso gesto.
Diventa riconoscibile perché possiede un repertorio.
Controllo.
Conduzione.
Finta.
Passaggio.
Tiro.
Protezione del pallone.
E soprattutto capacità di collegare questi gesti alle reazioni dell’avversario.
Fissare il difensore: prima di superarlo devi impedirgli di aspettare
Un difensore che può aspettare comodamente è difficile da superare.
Ha tempo.
Può osservare il pallone.
Può controllare la distanza.
Può orientarti verso la zona che preferisce.
Il primo obiettivo dell’attaccante è quindi spesso quello di togliergli questa comodità.
Fissare significa portarlo a una distanza nella quale deve iniziare a prendere decisioni.
Esco?
Aspetto?
Chiudo l’interno?
Proteggo l’esterno?
Preparo il contrasto?
Nel momento in cui il difensore è costretto a scegliere, nasce la possibilità di manipolarlo.
Questo concetto si collega direttamente all’episodio su Mauro Camoranesi e la ricezione che prepara il duello. Con Camoranesi il focus era arrivare alla ricezione nelle condizioni migliori per puntare l’uomo. Con Le Tissier facciamo il passo successivo: una volta che l’avversario è davanti, come posso costringerlo a compromettersi?

Matthew Le Tissier e il dribbling: spostare l’equilibrio prima del pallone
Una finta efficace non serve necessariamente a produrre un gesto spettacolare.
Serve a produrre una risposta.
Se porto il busto verso destra, il difensore può trasferire il peso su quella gamba.
Se apro il piede come se dovessi passare, può cercare di chiudere quella linea.
Se rallento, può accorciare.
Se preparo il tiro, può avanzare una gamba per murarlo.
In ognuno di questi casi non sto semplicemente muovendo il mio corpo.
Sto cercando di muovere il suo.
Ed è qui che il dribbling cambia significato.
Non è soltanto una sequenza di tocchi sulla palla.
È una relazione tra due corpi, due distanze e due intenzioni.
La finta diventa realmente efficace quando l’avversario la considera credibile.
Per questo un giovane deve poter sviluppare più soluzioni reali.
Se sa soltanto andare a destra, la finta a sinistra perde valore.
Se non sa calciare, la finta di tiro sarà meno credibile.
Se non sa passare, il difensore può concentrarsi sul dribbling.
La ricchezza tecnica aumenta quindi anche la qualità dell’inganno.
La distanza del duello: troppo lontano non fissi, troppo vicino non scegli
La distanza è uno degli elementi meno visibili ma più importanti dell’uno contro uno.
Se l’attaccante esegue la finta troppo lontano, il difensore può osservarla senza reagire.
Se la esegue troppo vicino, potrebbe non avere spazio per uscire.
Serve una distanza nella quale il difendente senta che l’intervento è possibile e quindi debba prendere una decisione.
Per un giovane questa è una competenza complessa.
Non esiste una misura uguale per tutti.
Dipende dalla velocità.
Dalla lunghezza delle leve.
Dalla posizione del pallone.
Dall’orientamento del difensore.
Dallo spazio disponibile alle spalle.
Per questo è difficile allenare davvero il dribbling se il difensore non può comportarsi liberamente.
In una sequenza completamente predeterminata il ragazzo può imparare il gesto.
Ma non necessariamente impara quando il gesto può spostare l’avversario.
È la stessa distinzione che tratto nell’articolo su percezione, decisione ed esecuzione nel calcio giovanile: il gesto tecnico acquista valore quando nasce da informazioni reali.
La pausa come arma tecnica
Il dribbling viene spesso allenato aumentando la velocità.
Ma un’altra arma è la pausa.
Rallentare può sembrare una perdita di vantaggio.
In realtà può servire per costruirlo.
Quando l’attaccante rallenta, il difensore deve decidere se continuare ad arretrare oppure accorciare.
Se accorcia, riduce la propria capacità di reagire a una successiva accelerazione.
Se continua ad arretrare, può concedere spazio per un tiro o un passaggio.
Quindi la pausa non è inattività.
È una domanda posta all’avversario.
“Che cosa fai adesso?”
Le Tissier era particolarmente interessante proprio perché molte sue azioni sembravano svilupparsi senza fretta.
Ma quella calma non significava assenza di intenzione.
Significava controllo del tempo del duello.
Non superare l’uomo con la velocità: sposta prima il suo equilibrio
Possiamo allora formulare uno dei concetti centrali dell’episodio:
non devo necessariamente muovere prima la palla. Posso cercare di muovere prima il difensore.
Immaginiamo un avversario frontalmente orientato.
Se accelero subito, il duello diventa una gara di velocità e controllo.
Se invece lo fisso, utilizzo una finta credibile e ottengo un trasferimento del peso verso una direzione, l’uscita opposta può richiedere uno spazio molto più piccolo.
Non devo guadagnare cinque metri.
Può bastarne mezzo.
Quel mezzo metro può aprire il passaggio.
Può creare l’angolo per il tiro.
Può consentire una nuova conduzione.
È un principio molto utile soprattutto con quei ragazzi che non possiedono una velocità esplosiva straordinaria.
Non dobbiamo convincerli che il dribbling non appartenga a loro.
Dobbiamo aiutarli a scoprire quale tipo di dribbling può appartenere alle loro caratteristiche.

Dal dribbling al tiro: creare mezzo metro può essere sufficiente
Le Tissier è ricordato anche per la straordinaria capacità di segnare da fuori area.
Nella stagione 1993/94 realizzò numerose reti dalla distanza e il 10 dicembre 1994, contro il Blackburn Rovers, segnò da circa 35 yards un gol che la Premier League ricorda come Goal of the Season di Match of the Day.
Ma anche qui il nostro interesse non deve fermarsi alla qualità balistica.
Un giocatore capace di creare mezzo metro attraverso una finta può trasformare immediatamente quel vantaggio in un tiro.
Questo si collega bene all’episodio dedicato a Bobby Charlton e il tiro: la conclusione efficace non nasce soltanto dal piede, ma dalla capacità di costruire prima una finestra utile.
Le Tissier poteva creare quella finestra anche attraverso il duello.
Fissava.
Muoveva l’avversario.
Apriva una linea.
E poi utilizzava la qualità tecnica per passare, condurre o calciare.
1993/94 e 1994/95: quando creatività e produzione convivono
La creatività viene talvolta descritta come qualcosa di esteticamente bello ma poco produttivo.
I numeri di Le Tissier raccontano altro.
Nella stagione 1993/94 segna 25 gol e aiuta il Southampton a mantenere la categoria.
Nel 1994/95 realizza 30 gol complessivi; in Premier League chiude con 19 reti e 15 assist.
Quindi la capacità di inventare non era separata dall’efficacia.
Era uno strumento per produrla.
Per il calcio giovanile è un messaggio importante.
Non dobbiamo scegliere tra giocatore creativo e giocatore efficace.
L’obiettivo è permettere alla creatività di diventare una soluzione utile al gioco.
Matthew Le Tissier e il dribbling: la tecnica deve lasciare aperte più soluzioni
Un dribbling diventa più difficile da difendere quando nasce da una situazione nella quale l’attaccante può realmente fare più cose.
Passare.
Tirare.
Condurre.
Combinare.
Proteggere.
Se tutte queste possibilità sono credibili, il difensore deve gestire più informazioni.
Non può anticipare completamente una singola soluzione.
Questo è uno dei motivi per cui il lavoro tecnico di base resta fondamentale.
Più strumenti ha il giocatore, più può nascondere l’intenzione finale.
In questo senso il dribbling non è un gesto isolato.
È collegato a tutto il repertorio tecnico.
È esattamente il tipo di relazione che cerco quando parlo di giocatore enattivo: non un ragazzo che ripete una soluzione programmata, ma un giocatore che modifica continuamente ciò che fa in relazione alle risposte dell’ambiente.
Come allenare questo tipo di dribbling nel calcio giovanile
Non eliminerei il lavoro analitico.
Finta di corpo.
Doppio passo.
Cambio di direzione.
Uso della suola.
Protezione.
Devono essere costruiti.
Ma dopo la fase di apprendimento il gesto deve incontrare un avversario reale.
Per esempio, possiamo proporre una progressione in tre livelli:
- Livello 1 — gesto e uscita: il ragazzo sperimenta finte differenti partendo da velocità controllata e curando distanza e cambio di ritmo.
- Livello 2 — difensore semiattivo: il difendente può chiudere realmente una delle due direzioni. L’attaccante deve leggere la posizione e scegliere l’uscita.
- Livello 3 — 1v1 reale con più soluzioni: l’attaccante può dribblare, passare verso una porticina, calciare o mantenere il possesso. Il difensore non sa quale azione arriverà.
La progressione permette di passare dal gesto alla decisione.
Non voglio che il ragazzo sappia prima:
“adesso faccio questa finta”.
Voglio che impari a riconoscere:
“questa risposta del difensore ha appena aperto quella soluzione”.
È coerente anche con la mia proposta per l’allenamento degli Esordienti U12/U13: tecnica individuale, percezione e decisione devono progressivamente entrare nello stesso compito.
Le domande che utilizzerei
- “Quando il difensore ha spostato il peso?”
- “Quanto eri vicino quando hai fatto la finta?”
- “Avevi davvero bisogno di accelerare subito?”
- “Quale altra soluzione potevi rendere credibile?”
- “Dopo averlo superato, che vantaggio avevi creato?”
Queste domande spostano il feedback dal semplice gesto alla comprensione del duello.
Il processo completo: dalla scansione all’accelerazione
Il modello tecnico-percettivo che associerei a Le Tissier è questo:
SCANSIONA → FISSA → FINTA → SPOSTA → ACCELERA
SCANSIONA — osserva spazio, compagni, avversario e possibili uscite.
FISSA — porta il difensore nella distanza in cui deve prendere una decisione.
FINTA — mostra una soluzione credibile.
SPOSTA — provoca un trasferimento del peso o un orientamento dell’avversario.
ACCELERA — utilizza lo spazio che quella reazione ha appena aperto.
L’accelerazione arriva per ultima.
Non perché sia poco importante.
Ma perché diventa molto più efficace quando il difensore è già stato portato nella direzione sbagliata.

I rigori: un altro esempio di controllo dell’avversario
Le Tissier possiede anche uno dei dati più straordinari nella storia dei calci di rigore.
In Premier League trasformò 25 rigori su 26. UEFA, considerando la carriera, ricorda un solo errore in 49 tentativi registrati. UEFA lo inserisce tra i grandi specialisti dagli undici metri.
Non trasformerei questo articolo in un’analisi del rigore.
Ma c’è una relazione interessante.
Anche dagli undici metri il giocatore non gestisce soltanto il pallone.
Gestisce tempo.
Corpo.
Informazioni.
Reazione del portiere.
Ancora una volta, il gesto tecnico avviene dentro una relazione con l’avversario.
Il centesimo gol e l’ultimo saluto al Dell
Il 19 maggio 2001 il Southampton disputa l’ultima partita nella storia del The Dell, lo stadio che aveva ospitato i Saints per oltre un secolo.
Contro l’Arsenal, all’89° minuto, Le Tissier segna il gol del 3-2.
È l’ultimo gol realizzato nello storico impianto.
Ed è anche il suo centesimo gol in Premier League.
Una chiusura quasi perfetta per il rapporto tra un giocatore e il proprio club.
Ma anche questo episodio ci ricorda una caratteristica: Le Tissier è rimasto decisivo perché possedeva strumenti differenti per creare una soluzione.
Non un’unica arma.
Un repertorio.
Tre errori da evitare quando alleniamo il dribbling
1. Confondere sempre il dribbling con la velocità
La velocità è una risorsa, non una condizione obbligatoria. Un giocatore può creare vantaggio anche attraverso pausa, distanza, finta e cambiamento dell’equilibrio dell’avversario.
2. Allenare solo sequenze prestabilite
Conoscere molti gesti è utile. Ma se il ragazzo esegue sempre la stessa finta nello stesso punto, rischia di imparare una coreografia più che un duello.
3. Valutare il dribbling solo se l’avversario viene completamente superato
Una finta può creare mezzo metro per tirare. Può aprire una linea di passaggio. Può attirare un secondo difensore. Può produrre vantaggio senza che l’attaccante debba necessariamente correre alle spalle dell’avversario.
Domande frequenti su Matthew Le Tissier e il dribbling
Perché Le Tissier era così difficile da difendere pur non essendo un velocista puro?
Perché combinava controllo di palla, uso del corpo, pause, finte, cambi di ritmo e un repertorio tecnico molto ampio. Questo gli permetteva di costringere il difensore a prendere decisioni prima di scegliere l’uscita.
Che cosa può imparare un giovane calciatore da Le Tissier?
Che il dribbling non dipende soltanto dalla velocità. Può essere costruito attraverso lettura della distanza, capacità di fissare l’avversario, finte credibili e scelta del momento corretto per accelerare.
Come si può allenare il dribbling in modo realmente situazionale?
Dopo aver costruito i gesti tecnici, bisogna introdurre difensori con libertà decisionale e più soluzioni offensive. Il ragazzo deve poter scegliere se dribblare, passare, tirare o proteggere il pallone in relazione a ciò che l’avversario fa.
Il vero insegnamento di Matthew Le Tissier
Le immagini di Le Tissier mostrano gol da lontano, tocchi eleganti, pallonetti, finte e giocate apparentemente semplici.
Ma per un allenatore il dettaglio più interessante può essere un altro.
Il momento in cui non ha ancora superato l’avversario.
Lo guarda.
Lo avvicina.
Rallenta.
Mostra una direzione.
Il difensore reagisce.
Solo allora Le Tissier decide.
È qui che Matthew Le Tissier e il dribbling diventano una lezione per il calcio giovanile.
Non dobbiamo insegnare ai ragazzi soltanto a muovere più velocemente il pallone.
Dobbiamo aiutarli a comprendere come il loro comportamento possa modificare quello dell’avversario.
💭 Il mio pensiero — Mister Cacace
Io credo che nel calcio giovanile rischiamo spesso di associare il talento nell’uno contro uno al ragazzo più rapido.
Ma non tutti avranno la stessa accelerazione.
Non tutti avranno le stesse caratteristiche fisiche.
E questo non significa che soltanto alcuni possano diventare efficaci nel dribbling.
Voglio che un giovane impari a vedere il difensore come una fonte di informazioni.
Quanto è distante?
Dove ha il peso?
Quale spazio sta proteggendo?
Posso farlo uscire?
Posso fargli credere che andrò da una parte?
Perché il dribbling, per me, non è soltanto muovere bene la palla.
È riuscire a far muovere l’avversario nel momento che conviene a te.
E quando questo accade, non serve sempre essere più veloci.
Serve essere arrivati prima alla soluzione.
Allenare oggi, formare domani.
📚 Questo approfondimento fa parte della rubrica OGGI NASCEVA UN CAMPIONE, nella quale rileggiamo i grandi giocatori attraverso ciò che possono ancora insegnare alla formazione dei giovani.
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— Mister Cacace
