Il Giocatore Enattivo: percepire, decidere e agire dentro il gioco

Il calcio giovanile non dovrebbe formare giocatori capaci soltanto di eseguire un gesto tecnico.

Dovrebbe formare giocatori capaci di capire quando, dove, come e perché utilizzarlo.

È da questa idea che nasce il concetto di giocatore enattivo: un giovane calciatore che percepisce ciò che accade, interpreta le informazioni del gioco, prende una decisione e modifica continuamente la propria azione in relazione a compagni, avversari, spazio, tempo e palla.

Nel mio modello metodologico, giocatore enattivo non è un’etichetta scientifica già codificata nel calcio. È una sintesi operativa che utilizzo per descrivere un modo preciso di intendere la formazione: non separare percezione, decisione e gesto, ma allenarli come parti di un unico processo.

Questa visione trova importanti punti di contatto con gli studi sull’enaction e sugli approcci ecologici allo sport, nei quali assume grande valore l’interazione continua tra atleta e ambiente.

Un controllo orientato può essere tecnicamente pulito e, nello stesso momento, poco funzionale se porta il giocatore verso uno spazio chiuso.

Un passaggio può essere preciso ma non creare alcun vantaggio.

Un dribbling può riuscire tecnicamente, ma rallentare una situazione che richiedeva una giocata immediata.

La qualità tecnica, quindi, non può essere valutata soltanto osservando il gesto.

Deve essere letta dentro il problema che quel gesto prova a risolvere.

Che cos’è il giocatore enattivo nel calcio giovanile?

Per giocatore enattivo intendo un calciatore che non si limita a riprodurre una risposta già preparata dall’allenatore.

Percepisce il contesto.

Riconosce possibilità d’azione.

Sceglie.

Agisce.

E continua ad adattarsi mentre l’azione è ancora in corso.

Il processo non è lineare.

Il giocatore non guarda, decide una volta per tutte e poi esegue.

Nel gioco reale continua a raccogliere informazioni mentre si muove.

Un avversario accorcia. Un compagno cambia linea di corsa. Uno spazio si apre. La palla arriva con una velocità diversa da quella prevista.

Ogni nuova informazione può modificare la soluzione.

Possiamo sintetizzare il processo così:

PERCEPIRE → AGIRE → PERCEPIRE ANCORA → ADATTARSI

La prospettiva enattiva diventa interessante proprio perché sposta l’attenzione dal gesto isolato alla relazione funzionale tra ciò che il giocatore percepisce e ciò che riesce a fare.

Processo percezione azione e adattamento del giocatore enattivo

Dal giocatore esecutore al giocatore che interpreta

Nell’allenamento tradizionale il percorso è spesso semplice.

Il mister mostra una soluzione.

Il giocatore la ripete.

La correzione riguarda soprattutto la qualità esecutiva.

Questo tipo di lavoro può avere utilità in determinati momenti, soprattutto quando vogliamo focalizzare l’attenzione su un dettaglio tecnico.

Il problema nasce quando la ripetizione della forma diventa il fine dell’allenamento.

La partita non restituisce quasi mai due situazioni identiche.

Cambiano la posizione della palla, la pressione avversaria, le distanze, gli angoli, la velocità dell’azione, l’orientamento corporeo e il tempo disponibile.

Il giovane calciatore deve quindi possedere il gesto, ma deve anche saperlo adattare alla situazione.

Una ricerca sul grassroots youth soccer ha evidenziato come nelle sedute osservate fossero presenti sia attività con decisione attiva sia attività senza decisione attiva, aprendo una riflessione importante sul rapporto tra sviluppo tecnico e richieste percettivo-decisionali dell’allenamento.

Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“Sa fare un controllo orientato?”

Dovrebbe diventare:

“Sa riconoscere quando orientare il controllo, verso quale spazio e con quale intenzione?”

È qui che cambia il significato della tecnica.

Giocatore enattivo e tecnica funzionale

Io distinguo tra tecnica esecutiva e tecnica funzionale.

La tecnica esecutiva riguarda la capacità di realizzare correttamente un gesto.

La tecnica funzionale riguarda invece la capacità di utilizzare quel gesto per produrre un effetto utile dentro una situazione di gioco.

Un controllo può servire per uscire dalla pressione.

Una conduzione può attirare un avversario e liberare un compagno.

Un passaggio può superare una linea, cambiare lato oppure consentire alla squadra di riorganizzarsi.

Il gesto, quindi, non vale soltanto per la sua forma.

Vale per la relazione tra:

INFORMAZIONE → INTENZIONE → AZIONE → CONSEGUENZA

Questo è anche il motivo per cui, quando parliamo di tecnica nel settore giovanile, considero centrale una domanda:

“Tecnica per fare cosa?”

Nel mio approfondimento sul progetto FutureFit abbiamo già visto come modificare formati, spazi e numero di giocatori significhi modificare anche l’esperienza offerta al bambino.

L’ambiente non è quindi uno sfondo neutro.

L’ambiente genera informazioni e opportunità d’azione.

Tecnica esecutiva e tecnica funzionale nel giocatore enattivo

Prima del gesto viene l’informazione

Pensiamo alla ricezione.

Possiamo correggere il piede utilizzato, la superficie di contatto, la qualità dell’ammortizzazione e la distanza della palla dal corpo.

Sono dettagli importanti.

Ma non raccontano tutto.

Prima di ricevere, il giocatore dovrebbe aver già iniziato a costruire la propria azione.

Dove si trova l’avversario?

Dove posso orientarmi?

Posso giocare in avanti?

Ho spazio per girarmi?

C’è un compagno libero?

Devo proteggere oppure accelerare?

La ricezione efficace comincia quindi prima del contatto con la palla.

Comincia attraverso la presa d’informazione e l’orientamento del corpo.

Questo non significa chiedere al giovane di “scansionare” meccanicamente un determinato numero di volte.

Significa creare situazioni nelle quali guardare prima diventa necessario, perché ciò che accade intorno modifica realmente la scelta successiva.

Il giocatore enattivo ha bisogno di esercitazioni rappresentative

Se vogliamo sviluppare un giocatore capace di leggere e adattarsi, anche il design delle esercitazioni deve essere coerente.

Il concetto di Representative Learning Design propone che l’ambiente di apprendimento conservi informazioni e relazioni funzionali rilevanti rispetto alla prestazione sportiva. Pinder e colleghi hanno formalizzato questo concetto collegandolo alla progettazione dell’allenamento e al rapporto tra percezione e azione.

Questo non significa riprodurre sempre la partita 11 contro 11.

Significa mantenere nel compito gli elementi che rendono significativa la percezione e possibile una decisione autentica.

Se voglio allenare il controllo orientato sotto pressione, la presenza dell’avversario modifica profondamente il problema.

Se voglio allenare il cambio gioco, devo creare una situazione nella quale il lato debole possa realmente diventare vantaggioso.

Se voglio allenare la riaggressione, la perdita della palla deve generare immediatamente una nuova situazione da leggere.

Un esercizio diventa rappresentativo non perché assomiglia graficamente alla partita, ma perché conserva relazioni informative utili al comportamento che vogliamo sviluppare.

Dal semplice al complesso senza perdere il significato

Allenare secondo questa prospettiva non significa eliminare il lavoro analitico.

Possiamo partire da una situazione semplice e aumentare progressivamente la complessità.

Possiamo ridurre il numero degli avversari.

Ampliare lo spazio.

Concedere superiorità numerica.

Stabilizzare inizialmente una direzione.

La semplificazione deve però aiutare il giovane a leggere meglio il problema, non cancellarlo.

Una progressione può partire da una ricezione con scelta tra due direzioni, introdurre successivamente una pressione semi-attiva, passare a un 1 contro 1 orientato e arrivare infine a una situazione numericamente più complessa.

La chiave è mantenere una relazione tra informazione e azione.

Il principio non è:

“Rendere tutto più difficile.”

Il principio è:

“Progettare difficoltà utili.”

Il ruolo dell’allenatore: progettare senza giocare al posto del ragazzo

Un equivoco frequente consiste nel pensare che un approccio centrato su percezione e decisione significhi lasciare i giocatori completamente liberi.

Non è così.

Il ruolo dell’allenatore resta determinante.

Cambia, però, il tipo di intervento.

Il mister progetta lo spazio, sceglie il numero di giocatori, definisce punteggi e direzioni, modifica le regole, osserva ciò che emerge e interviene quando il compito non genera più il comportamento desiderato.

In questa prospettiva l’allenatore diventa sempre più un progettista dell’ambiente di apprendimento.

Non deve necessariamente fornire ogni risposta.

Deve creare condizioni nelle quali il giocatore possa scoprire risposte funzionali.

Anche il linguaggio cambia.

Invece di:

“Dovevi giocarla fuori.”

posso chiedere:

“Che cosa avevi visto prima di ricevere?”

Invece di:

“Controlla con l’altro piede.”

posso chiedere:

“Quale spazio volevi attaccare con il primo controllo?”

La domanda non sostituisce sempre la correzione diretta.

Ma, utilizzata nel momento corretto, può aiutare il ragazzo a collegare informazione, intenzione e scelta.

L’errore del giocatore enattivo va diagnosticato

Nel mio modo di allenare esiste un principio che considero fondamentale:

DIAGNOSI PRIMA DELLA CORREZIONE.

Due errori tecnicamente simili possono avere origini completamente differenti.

Un passaggio sbagliato può dipendere da una cattiva esecuzione.

Ma può dipendere anche da una presa d’informazione tardiva, da una scelta non funzionale, da un orientamento corporeo limitante oppure da una diversa interpretazione della situazione.

Se correggiamo soltanto il gesto rischiamo di intervenire sul sintomo.

Per questo, prima di fornire una soluzione, dobbiamo cercare di capire quale problema abbia realmente incontrato il giocatore.

Nel settore giovanile questo passaggio diventa ancora più importante.

L’errore non dovrebbe essere soltanto qualcosa da eliminare.

Può diventare informazione per l’allenatore e occasione di adattamento per il ragazzo.

Vincoli, small-sided games e libertà guidata

I vincoli sono uno degli strumenti più potenti a disposizione dell’allenatore.

Spazio, numero di giocatori, tempo, direzione, punteggio, porte, tocchi, superiorità numerica e posizione iniziale possono modificare profondamente le informazioni disponibili.

Ma il vincolo deve avere uno scopo.

Limitare i tocchi non rende automaticamente un esercizio più intelligente.

Ridurre lo spazio non crea automaticamente intensità utile.

Inserire quattro porte non produce automaticamente più percezione.

Ogni regola dovrebbe rispondere a una domanda metodologica precisa:

“Quale comportamento voglio rendere più probabile?”

Il vincolo, quindi, non dovrebbe obbligare il giocatore a ripetere ciecamente la soluzione pensata dal mister.

Dovrebbe orientare la ricerca senza annullare la possibilità di scegliere.

Questa è, per me, libertà guidata.

Cinque principi per allenare il giocatore enattivo

Quando progetto un’esercitazione secondo questa idea cerco di verificare cinque elementi:

  1. Informazione — il giocatore deve poter percepire qualcosa di realmente utile.
  2. Scelta — devono esistere possibilità differenti, almeno in alcune fasi del compito.
  3. Azione — la decisione deve trasformarsi in comportamento tecnico e motorio.
  4. Conseguenza — ciò che il giocatore fa deve modificare la situazione.
  5. Adattamento — la nuova situazione deve richiedere una nuova lettura.

Questi elementi possono essere presenti in un rondo, in un possesso, in un 1 contro 1, in un situazionale, in un gioco di posizione oppure in una partita a tema.

Non dipende dal nome dell’esercizio.

Dipende da ciò che il compito chiede realmente al giocatore.

Cinque principi per allenare il giocatore enattivo nel calcio giovanile

Non allenare soltanto la risposta: allena la capacità di trovarla

Questa frase sintetizza probabilmente meglio di qualsiasi altra la mia idea:

NON ALLENARE SOLTANTO LA RISPOSTA. ALLENA LA CAPACITÀ DI TROVARLA.

L’allenatore deve insegnare.

Deve trasmettere principi.

Deve migliorare i gesti.

Deve correggere dettagli.

Deve fornire riferimenti collettivi.

Ma durante la partita sarà il giocatore a dover riconoscere quale strumento utilizzare.

È qui che la formazione diventa realmente efficace.

Un giovane non cresce soltanto quando riesce a ripetere la soluzione mostrata dall’adulto.

Cresce quando riesce a trasferire ciò che ha imparato in una situazione nuova, riconoscendo informazioni differenti e adattando il proprio comportamento.

Anche l’analisi dei grandi calciatori può essere letta attraverso questa prospettiva.

Nell’approfondimento dedicato ad Andriy Shevchenko, per esempio, la separazione dall’avversario non viene letta soltanto come una corsa eseguita bene, ma come conseguenza della relazione tra spazio, tempo, posizione del difensore e sviluppo dell’azione.

È proprio questa relazione tra gesto e informazione che dobbiamo cercare di riportare nella formazione.

Il giocatore enattivo e il futuro del settore giovanile

Nel settore giovanile non prepariamo soltanto la partita del fine settimana.

Costruiamo competenze.

Per questo dobbiamo accettare che un giocatore chiamato a scegliere possa anche sbagliare.

Chi esplora soluzioni può perdere il pallone.

Chi interpreta può leggere male.

Chi prova ad adattarsi può arrivare in ritardo.

Ma un ambiente nel quale tutto viene anticipato dalla voce dell’allenatore rischia di produrre un giocatore dipendente.

Il mio obiettivo è diverso.

Voglio che il ragazzo impari progressivamente a:

percepire → interpretare → scegliere → agire → verificare → adattarsi.

Non voglio formare soltanto un esecutore tecnicamente corretto.

Voglio contribuire a formare un giocatore autonomo, sensibile alle informazioni del gioco e capace di trovare soluzioni.

Per me, questo è il giocatore enattivo.

💭 Il Mio Pensiero — Mister Cacace

Io non voglio formare un giocatore che sappia soltanto ripetere ciò che gli ho insegnato.

Voglio formare un giocatore capace di usare ciò che ha imparato per trovare una soluzione che, magari, io dalla panchina non avevo nemmeno previsto.

Perché il vero obiettivo dell’allenatore non è giocare al posto del ragazzo.

È prepararlo a giocare quando la nostra voce non serve più.

Allenare oggi, formare domani.

Se condividi questa idea di formazione, condividi l’articolo con un allenatore del settore giovanile.

Il confronto può aiutarci a costruire ambienti di apprendimento migliori e giocatori sempre più autonomi.

— Mister Cacace

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