Under 18 in Prima Squadra: 9 esordi tra settembre e ottobre 2026

Under 18 in Prima Squadra NEXT GEN DEBUT Report settembre ottobre 2026

NEXT GEN DEBUT REPORT — Settembre/Ottobre 2026

Il debutto dura pochi minuti. La formazione che lo rende possibile dura anni.

Tra settembre e ottobre 2026 il monitoraggio NEXT GEN DEBUT ha intercettato una serie di Under 18 in Prima Squadra che meritano attenzione non soltanto per l’età, ma per il modo in cui hanno attraversato il confine tra calcio giovanile e calcio senior.

Dopo gli approfondimenti dedicati a Brian Madjo e al debutto di Marc Santos in LaLiga a 15 anni, questo report recupera nove profili rimasti meno esposti mediaticamente: Michael Mulholland, Filippo Viganò, Jona Benkotić, Iago Machado, Simón Rojas, Jared Rendle, Dylan Hartley, Ashton Swales e Simone Famà.

Non voglio costruire una classifica di wonderkids. Voglio osservare percorsi, contesti, responsabilità e trasferimento delle competenze. La domanda, per chi allena nel settore giovanile, è sempre la stessa: che cosa è successo prima dell’esordio perché quel ragazzo fosse pronto ad affrontarlo?

Under 18 in Prima Squadra: i 9 esordi del report

GiocatoreClubEtàRuoloDebuttoImpatto
Michael MulhollandCrusaders15 anniAttaccante05/09/2026Gol 5′ dopo l’ingresso
Filippo ViganòRenate17 anniDifensore centrale07/09/2026Titolare, 78′
Jona BenkotićDinamo Zagabria17 anniCentrocampista09/09/2026Subentrato, palo
Iago MachadoCorinthians17 anniDifensore centrale13/09/2026Titolare, 90′
Simón RojasAtlético Nacional17 anniMediano13/09/2026Titolare, 58′
Jared RendlePlymouth Argyle17 anniEsterno / terzino22/09/202690′, assist
Dylan HartleyDoncaster Rovers15 anniAttaccante06/10/2026Record del club
Ashton SwalesDoncaster Rovers17 anniCentrocampista06/10/20266 minuti
Simone FamàLecco16 anniMezzala16/10/2026Esordio in Serie C
Under 18 in Prima Squadra nel NEXT GEN DEBUT Report settembre ottobre 2026

Michael Mulholland: a 15 anni bastano cinque minuti per segnare

Il 5 settembre, in Coleraine–Crusaders, Michael Mulholland entra al 78′. Cinque minuti dopo segna il suo primo gol senior. Il report ufficiale della NI Football League registra l’ingresso al 78′ e la rete all’83′.

Il dato spettacolare è il gol. Quello formativo, per me, è la velocità di adattamento. Un giovane che entra dalla panchina non può aspettare che la partita rallenti per lui. Deve leggere rapidamente ritmo, spazi, duelli e posizione degli avversari. Mulholland entra nel contesto e, alla prima vera possibilità, lo influenza.

Il talento non viene cancellato dal livello superiore: deve riuscire a trasferirsi dentro quel livello.

Filippo Viganò: dai Pulcini del Renate alla Serie C

Due giorni dopo, Filippo Viganò debutta in Renate–Novara. Classe 2008, difensore centrale mancino, parte titolare e rimane in campo per 78 minuti. Diventa il più giovane esordiente nella storia del club dopo nove stagioni vissute nel vivaio nerazzurro.

Qui la prospettiva cambia completamente. Un centrale giovane non può nascondersi. Deve gestire profondità, duelli, costruzione, coperture e comunicazione. Ogni errore può aprire la porta alla finalizzazione avversaria.

Per questo considero il suo caso una fotografia molto chiara del lavoro di un settore giovanile: non soltanto formare una squadra competitiva, ma preparare un giocatore capace di reggere una responsabilità superiore.

Jona Benkotić: il valore di un ponte verso il calcio senior

Il 9 settembre Jona Benkotić debutta con la Dinamo Zagabria nella Coppa di Croazia contro il Bedem Ivankovo. Entra al 72′ e al 78′ attacca l’area, riceve da Gabrijel Šivalec e colpisce il palo. Il Dinamo Zagabria ha confermato ufficialmente che Benkotić era tra i cinque ragazzi del settore giovanile al debutto con la squadra senior.

La parte più interessante è ciò che precede quella sera. Benkotić aveva già incontrato il calcio degli adulti attraverso la seconda squadra. Academy, formazione giovanile, squadra intermedia, Prima Squadra: non un salto nel vuoto, ma un ponte.

È lo stesso principio che emerge quando analizziamo modelli strutturati come la Benfica Academy e la transizione verso il professionismo: il talento ha bisogno di livelli intermedi capaci di aumentare progressivamente la complessità.

Percorso Academy verso Prima Squadra per giovani calciatori Under 18

Iago Machado: 17 anni, Maracanã e 90 minuti contro il Flamengo

Il 13 settembre Iago Machado riceve una consegna completamente diversa: partire titolare con il Corinthians contro il Flamengo, al Maracanã. Il difensore classe 2009 gioca l’intera partita e, nonostante la sconfitta, mostra ordine, personalità e qualità nella gestione della palla.

Il contesto è ciò che rende l’esordio particolarmente significativo. Un giovane difensore si trova davanti avversari adulti, uno stadio enorme e una pressione che non può essere ricreata artificialmente durante una seduta.

Possiamo però preparare il giocatore a decidere in condizioni sempre meno comode. Aumentare la difficoltà non significa mettere il ragazzo in difficoltà per principio. Significa costruire problemi che gli chiedano di percepire prima, scegliere più rapidamente e assumersi responsabilità reali.

Simón Rojas: il tempo scompare nel cuore del centrocampo

Nello stesso giorno, in Colombia, Simón Rojas debutta da titolare con l’Atlético Nacional contro Águilas Doradas. Ha 17 anni e gioca 58 minuti da centrocampista davanti a un Atanasio Girardot pieno.

Il suo ruolo rende il caso particolarmente interessante. In mezzo al campo, salendo di livello, il tempo disponibile diminuisce prima ancora dello spazio. Il giocatore deve scansionare, orientare il corpo, riconoscere la pressione e preparare la scelta prima della ricezione.

Per questo l’allenamento dei giovani centrocampisti non può ridursi a una collezione di gesti tecnici. Nella mia guida sull’allenamento nel calcio giovanile insisto proprio sul rapporto tra tecnica, percezione, decisione e contesto: il gesto acquista valore quando risolve un problema reale di gioco.

Jared Rendle: cambiare posizione per ampliare il giocatore

Il 22 settembre Jared Rendle debutta con il Plymouth Argyle nell’EFL Trophy contro il Crystal Palace U21. Parte titolare, gioca 90 minuti e produce anche un assist.

Rendle nasce calcisticamente più avanti, ma nel percorso formativo viene utilizzato anche da terzino sinistro. Questo apre un tema centrale: la polivalenza non significa assenza di identità. Se proposta con criterio, significa offrire al giovane prospettive differenti sul gioco.

Difendere basso, ricevere sulla linea laterale, accompagnare, entrare dentro, attaccare spazio: cambiano i riferimenti e cambiano le informazioni da leggere. Il valore non è “saper giocare ovunque”, ma costruire un repertorio cognitivo e tecnico più ampio.

È un principio vicino a quello discusso nell’articolo sul playing up e sullo sviluppo prima della categoria: la sfida superiore ha senso quando produce apprendimento, non quando serve soltanto a creare un’etichetta di precocità.

Dylan Hartley e Ashton Swales: stessa Academy, due tempi di crescita

Il 6 ottobre il Doncaster Rovers fa debuttare due ragazzi nella stessa partita di EFL Trophy contro il Liverpool U21.

Dylan Hartley entra all’83′ e diventa, a 15 anni, il più giovane giocatore della storia del club. Il Doncaster Rovers ricorda che il giovane attaccante è nel vivaio dall’età di otto anni e aveva già esordito con l’Under 18 a 14.

Poco dopo entra anche Ashton Swales, centrocampista classe 2008, per i suoi primi sei minuti ufficiali.

È proprio l’accostamento tra i due a interessarmi: stessa Academy, stessa partita, ma età, caratteristiche e tempi di maturazione differenti. La filiera non dovrebbe produrre giocatori in serie. Dovrebbe creare percorsi individuali dentro principi condivisi.

Hartley rappresenta anche il playing up nella sua forma più chiara: il livello superiore non come premio, ma come problema nuovo da affrontare quando quello precedente non offre più sufficiente stimolo.

Simone Famà: dalla formazione nazionale alla Serie C a 16 anni

Il 16 ottobre arriva un altro caso italiano. Simone Famà, mezzala classe 2010 del Lecco, entra all’84′ di Pro Vercelli–Lecco e disputa i primi minuti nel calcio professionistico.

Il percorso racconta una progressione interessante: titolo regionale Under 14 con il Sangiuliano City, scudetto Under 15 con il Lecco, finale nazionale Under 16, primo contratto professionistico e quindi debutto in Serie C.

Se guardiamo soltanto i pochi minuti finali rischiamo di leggere male la storia. L’esordio è la parte visibile. Prima ci sono anni di allenamento, selezione, competizione, adattamento e responsabilità crescenti.

L’esordio dura minuti la formazione dura anni nel calcio giovanile

Cosa ci insegnano gli Under 18 in Prima Squadra

Questi nove Under 18 in Prima Squadra non ci dicono che esordire prima significhi necessariamente diventare più forti. La precocità non è un indicatore automatico di successo futuro.

Ci mostrano però alcune condizioni ricorrenti: esposizione progressiva a livelli più difficili, playing up, allenamenti con i senior, polivalenza, squadre intermedie, responsabilità crescenti e fiducia dell’allenatore.

È una distinzione fondamentale. Anticipare una tappa non equivale a preparare un giocatore. Preparare significa capire se la difficoltà proposta è coerente con ciò che quel ragazzo ha bisogno di sviluppare.

5 domande operative prima di alzare il livello

  • Il giocatore domina davvero il contesto attuale oppure alterna ancora prestazioni troppo discontinue?
  • Quale nuova difficoltà voglio proporgli? Più velocità, meno spazio, maggiore fisicità, responsabilità tattica o pressione emotiva?
  • Il playing up è funzionale allo sviluppo oppure serve soltanto a premiare il ragazzo?
  • Quali comportamenti osserverò? Decisione sotto pressione, qualità delle letture, capacità di adattamento, iniziativa e reazione all’errore devono diventare indicatori concreti.
  • Come accompagnerò il passaggio? Salire di livello non significa lasciare il giovane da solo: feedback, minutaggio, ruolo e aspettative devono essere gestiti.

Anche quando osserviamo i talenti classe 2009 nel nostro approfondimento NEXT GENERATION 2026, per me la domanda non è “chi arriverà prima?”. È: chi continuerà a migliorare quando il contesto smetterà di proteggerne i punti di forza?

Under 18 in Prima Squadra: il vero indicatore di una Academy

Nel settore giovanile siamo inevitabilmente attratti da classifiche, tornei e risultati. Fanno parte della competizione. Ma non possono essere l’unico indicatore.

Un vivaio può vincere molto senza trasferire giocatori nel calcio senior. Un altro può perdere qualche partita mentre espone i propri migliori prospetti a categorie superiori, ruoli differenti o avversari più adulti.

Per questo, quando valuto il lavoro di una Academy, aggiungo una domanda semplice: quanti giocatori riescono a trasferire ciò che hanno imparato quando il livello cambia?

I casi di Viganò, Benkotić, Rendle, Hartley e Famà mostrano percorsi diversi, ma condividono un elemento: l’esordio arriva dopo una successione di esperienze. È la stessa logica che dovrebbe guidare anche il nostro lavoro quotidiano. Non allenare soltanto per rendere il ragazzo efficace oggi. Allenare per renderlo progressivamente capace di superare il contesto nel quale si trova oggi.

Dal risultato della squadra allo sviluppo del giocatore

Gli Under 18 in Prima Squadra ci obbligano a spostare l’attenzione dal risultato immediato alla traiettoria.

Per un allenatore significa osservare non soltanto quanti gol segna un ragazzo nella propria categoria, ma come reagisce quando ha meno tempo, più pressione, avversari fisicamente più pronti e margini di errore inferiori.

Significa anche accettare che due giocatori della stessa età possano avere bisogni completamente differenti. Uno può aver bisogno di dominare ancora alcune situazioni nel proprio gruppo. Un altro può aver bisogno di salire. Un terzo può beneficiare di un nuovo ruolo.

La categoria organizza il campionato. Non deve diventare una gabbia per lo sviluppo.

💭 Il Mio Pensiero — Mister Cacace

Io credo che il vero lavoro di un Settore Giovanile diventi visibile quando il giovane esce dal contesto nel quale è stato formato.

Finché gioca contro i pari età possiamo osservare talento, qualità e prestazione. Quando sale di livello scopriamo invece quanto quelle competenze siano realmente trasferibili.

Per questo, davanti a un ragazzo che debutta tra i grandi, non mi interessa soltanto chiedermi “quanti anni ha?”.

Mi interessa molto di più chiedermi:

“Che cosa abbiamo costruito prima affinché oggi sia pronto?”

L’esordio può durare sei minuti, dodici minuti o novanta.

La formazione che lo rende possibile dura anni. 🔥

— Mister Cacace

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