Ci sono incubi fatti di mostri. E poi ce ne sono altri molto più silenziosi.
La paura di sbagliare nel calcio giovanile può iniziare in un momento quasi invisibile: un ragazzo riceve palla, vede lo spazio per puntare l’avversario, potrebbe tentare l’1 contro 1… e decide di non farlo.
Non perché non ne sia capace. Ma perché teme ciò che potrebbe succedere dopo.
Il rimprovero dell’allenatore. Il commento del genitore. La perdita del pallone. La sostituzione. Il giudizio.
È proprio qui che voglio far incontrare due mondi che sembrano lontanissimi: Dylan Dog e il calcio giovanile.
Per me non è un accostamento costruito.
Sono cresciuto con Dylan Dog, ho letto le sue storie per anni e ancora oggi continuo a collezionarlo.
Nel 2026 l’Indagatore dell’Incubo ha raggiunto un traguardo speciale: 40 anni.
Il 26 settembre 1986 arrivava in edicola L’alba dei morti viventi, scritto da Tiziano Sclavi, disegnato da Angelo Stano e con copertina di Claudio Villa. Era l’inizio di una storia editoriale entrata nell’immaginario italiano.
Quarant’anni dopo voglio prendere in prestito una sola parola dal suo mondo:
indagare.
Perché anche un allenatore di settore giovanile, davanti a un errore, dovrebbe imparare a comportarsi un po’ come un investigatore.
Non cercare subito un colpevole.
Cercare una causa.

Se Dylan Dog entrasse oggi in un settore giovanile
Probabilmente non troverebbe zombie, fantasmi o creature soprannaturali.
Troverebbe altri mostri.
Troverebbe la paura di sbagliare.
Troverebbe l’ossessione per il risultato.
Troverebbe un bambino che non prova più l’1 contro 1 perché l’ultima volta, dopo aver perso il pallone, qualcuno gli ha gridato:
«Passala prima!»
Troverebbe un talento giudicato troppo presto perché fisicamente ancora indietro rispetto ai compagni.
Troverebbe genitori che conoscono perfettamente classifica, risultati e minuti giocati, ma molto meno il percorso di crescita del proprio figlio.
E qualche volta troverebbe anche noi allenatori.
Allenatori che, magari senza rendercene conto, finiscono per preferire il giocatore più affidabile a quello che tenta qualcosa di diverso.
Quello che non perde palla.
Quello che non rischia.
Quello che esegue.
Ma esiste una differenza enorme tra un giocatore che commette pochi errori perché comprende meglio il gioco e un giocatore che commette pochi errori perché ha smesso di assumersi responsabilità.
Sembrano simili.
Dal punto di vista formativo sono due giocatori completamente diversi.

La paura di sbagliare nel calcio giovanile: quando il giovane smette di provare
Un errore tecnico possiamo correggerlo.
Un controllo orientato può migliorare.
Una trasmissione imprecisa può essere allenata.
Una scelta tattica sbagliata può essere riletta.
Ma quando un giovane associa progressivamente l’errore a una conseguenza negativa, può iniziare a sviluppare un comportamento molto più difficile da modificare:
evitare il rischio.
E nel calcio evitare sistematicamente il rischio significa spesso ridurre anche le possibilità di apprendimento.
Il giocatore non tenta più l’1 contro 1.
Non cerca la giocata verticale.
Non riceve tra le linee.
Non prova a orientarsi sotto pressione.
Non anticipa una soluzione.
Preferisce restituire il pallone da dove è arrivato.
Formalmente può sembrare una scelta “sicura”: ha conservato il possesso, non ha commesso un errore evidente.
Ma la domanda che dovrebbe interessarci è un’altra:
sta davvero imparando a leggere e risolvere il gioco?
La paura di fallire non è solo una sensazione
Il tema non riguarda soltanto una percezione personale degli allenatori.
Una ricerca pubblicata nel 2026 su 678 giovani atleti tra 12 e 18 anni, con età media di 14,88 anni, ha rilevato che la percezione di un clima perfezionistico creato dall’allenatore era positivamente associata alla paura del fallimento e negativamente associata a resilienza e benessere psicologico.
Gli autori sottolineano che, trattandosi di uno studio trasversale, questi dati descrivono associazioni e non dimostrano da soli un rapporto di causa-effetto.
Un’altra ricerca del 2025 ha coinvolto 347 giovani calciatori tra 12 e 18 anni registrati presso la Korea Football Association. Un clima tra pari orientato all’ego risultava positivamente associato alla paura del fallimento; a sua volta, la paura di fallire risultava negativamente collegata allo stato di flow.
Uno studio precedente condotto su 340 atleti, con età media di 18,96 anni, aveva inoltre rilevato una relazione positiva tra uno stile percepito come controllante da parte dell’allenatore e la paura del fallimento, mentre il supporto all’autonomia era associato a livelli inferiori di questa paura.
La paura di sbagliare nel calcio giovanile non va confusa con la normale tensione della competizione: il punto è capire quando il timore dell’errore comincia a modificare le scelte del giovane.
Questi dati non significano che un allenatore non debba correggere.
Non significano eliminare regole, responsabilità, competizione o richieste.
Significano costruire un ambiente nel quale:
l’errore produca informazione prima di produrre paura.
Errore: diagnosi prima della correzione
Questo è uno dei concetti nei quali credo maggiormente.
Quando vediamo un errore, la nostra prima reazione non dovrebbe essere necessariamente correggere.
Prima dobbiamo capire.
Un giocatore perde palla tentando un dribbling.
La correzione più immediata sarebbe:
«Gioca prima!»
Ma quella frase ci dice davvero cosa è successo?
No.
Dobbiamo indagare.
Aveva percepito l’avversario?
Aveva visto il compagno libero?
La situazione consentiva l’1 contro 1?
Il problema era nella decisione o nell’esecuzione?
Aveva orientato correttamente il corpo?
Aveva preso informazioni prima della ricezione?
Il primo controllo gli aveva permesso di attaccare realmente lo spazio?
Queste domande cambiano completamente il nostro modo di allenare.
Passiamo dalla ricerca immediata della soluzione corretta alla ricerca della causa dell’errore.
Ed è qui che tecnica e decisione smettono di essere due mondi separati.
Su questo tema ho approfondito anche il rapporto tra esecuzione e scelta nell’articolo Tecnica nel calcio giovanile: gesto o decisione?.

L’allenatore come investigatore dell’errore
È qui che ritorna Dylan Dog.
L’Indagatore dell’Incubo non parte necessariamente dalla risposta.
Parte dalle domande.
Osserva.
Cerca elementi.
Mette insieme indizi.
Prova a comprendere ciò che non è immediatamente visibile.
Nel nostro piccolo, sul campo dovrebbe accadere qualcosa di simile.
L’errore è un indizio. Non sempre è il problema.
Se un ragazzo sbaglia una giocata verticale, il problema potrebbe essere tecnico.
Ma potrebbe essere anche percettivo.
Potrebbe dipendere dal tempo della giocata.
Dalla postura.
Dalla distanza dei compagni.
Dalla pressione dell’avversario.
Dalla comprensione della situazione.
Oppure la decisione poteva essere corretta, mentre l’esecuzione è semplicemente fallita.
Se ogni errore viene invece classificato soltanto come giusto o sbagliato, bravo o non bravo, da fare o da non fare, rischiamo di ridurre un gioco complesso come il calcio a una successione di risposte prestabilite.
E rischiamo soprattutto di formare giocatori che aspettano continuamente la risposta dell’allenatore.
Dal giocatore esecutore al giocatore enattivo
Il mio obiettivo non è creare un giovane capace soltanto di eseguire correttamente ciò che gli viene richiesto.
Voglio formare un giocatore enattivo.
Un giocatore che percepisce l’ambiente, interpreta ciò che cambia, prende informazioni e costruisce continuamente la propria risposta attraverso l’interazione con compagni, avversari, spazio, tempo e pallone.
Questo significa accettare inevitabilmente una componente di errore.
Perché decisione e incertezza convivono.
Un giovane che prende decisioni dovrà anche sbagliarne alcune.
Il problema educativo non è impedirglielo.
È aiutarlo a comprendere perché quella soluzione non ha funzionato, quali informazioni aveva a disposizione e cosa potrà percepire diversamente la volta successiva.
Questa è formazione.
L’ossessione del risultato può diventare un altro mostro
La partita è importante.
Vincere è bello.
La competizione fa parte del calcio e non credo debba essere eliminata artificialmente dal percorso dei ragazzi.
Il punto è un altro:
quale significato diamo al risultato?
Se vincere diventa l’unico criterio attraverso cui valutiamo la qualità del lavoro, molte nostre decisioni inizieranno inevitabilmente a cambiare.
Giocherà chi ci dà più sicurezza oggi.
Rischieremo meno.
Chiederemo meno iniziativa.
Avremo meno pazienza verso chi sta attraversando una fase di crescita.
Un ragazzo fisicamente precoce potrà sembrare più pronto.
Un giocatore creativo ma discontinuo potrebbe diventare meno funzionale al risultato immediato.
Così il risultato, da elemento naturale della competizione, rischia di diventare criterio di selezione del comportamento.
Nel calcio giovanile la domanda non può essere soltanto:
«Abbiamo vinto?»
Deve diventare anche:
«Che tipo di giocatori stiamo formando?»
Anche gli adulti fanno parte dell’ambiente
Allenatori, genitori, dirigenti.
Ogni nostra parola costruisce una parte dell’ambiente nel quale il ragazzo impara.
Immaginiamo due giovani che perdono lo stesso pallone tentando un dribbling.
Il primo sente:
«Ancora? Ti avevo detto di passarla!»
Il secondo:
«Cosa avevi visto? La rifaresti? Quale altra soluzione avevi?»
Il pallone perso è identico.
L’esperienza formativa è completamente diversa.
Nel primo caso il messaggio implicito rischia di diventare:
non rischiare.
Nel secondo:
comprendi meglio quando rischiare.
Questa differenza, apparentemente piccola, nel tempo può diventare enorme.
Creatività e paura di sbagliare nel calcio giovanile
Parliamo continuamente di creatività.
Vogliamo giocatori capaci di saltare l’uomo.
Giocatori imprevedibili.
Calciatori che trovano linee di passaggio che altri non vedono.
Giocatori capaci di risolvere problemi.
Ma la creatività richiede una condizione preliminare:
avere il coraggio di tentare qualcosa senza conoscere in anticipo il risultato.
Non possiamo chiedere creatività e contemporaneamente punire ogni errore creativo.
Non possiamo allenare per tutta la settimana soltanto soluzioni preordinate e poi, la domenica, pretendere che un tredicenne diventi improvvisamente autonomo.
Non possiamo chiedere:
«Prendi decisioni!»
e subito dopo gridare noi la decisione dalla panchina.
L’autonomia non nasce durante la partita.
Si allena.
L’incubo che dobbiamo evitare
Sono cresciuto leggendo Dylan Dog e ancora oggi continuo a collezionarlo.
Forse è anche per questo che, nel suo quarantesimo anniversario, mi piace immaginare questo incontro impossibile tra l’Indagatore dell’Incubo e un campo di calcio giovanile.
Perché alcuni mostri non hanno necessariamente un volto.
A volte sono convinzioni.
Paure.
Pressioni.
Aspettative.
L’idea che sbagliare significhi non essere abbastanza bravi.
Il nostro compito di allenatori è individuarli prima che diventino parte del giocatore.
Dobbiamo costruire ambienti nei quali un giovane sappia che perdere un pallone non significa perdere la fiducia dell’allenatore.
Che provare una soluzione difficile non è una colpa.
Che una decisione sbagliata può diventare materiale per una decisione migliore.
Che essere corretti non significa essere giudicati.
E soprattutto che il calcio è anche esplorazione.
Ridurre la paura di sbagliare nel calcio giovanile non significa lasciare fare tutto.
Significa aumentare la qualità delle domande, delle correzioni e delle esperienze che proponiamo.
💭 Il mio pensiero — Mister Cacace
Io preferisco un ragazzo che prova, sbaglia, comprende e riprova a uno che gioca sempre sul sicuro perché ha imparato ad avere paura delle conseguenze.
Possiamo correggere un errore.
È molto più difficile restituire a un giovane il coraggio di giocare dopo che glielo abbiamo tolto.
👉 Se condividi questa idea di formazione, condividi l’articolo. Nel calcio giovanile dobbiamo parlare molto di più dell’errore e molto meno della paura di commetterlo.
Allenare oggi, formare domani.
— Mister Cacace
