Un controllo può essere tecnicamente perfetto e, nello stesso momento, completamente sbagliato.
Perché?
Perché nel calcio non basta saper eseguire un gesto. Bisogna capire quando utilizzarlo, dove indirizzarlo e quale problema deve risolvere.
La percezione, decisione ed esecuzione nel calcio giovanile rappresentano quindi tre dimensioni fondamentali della formazione del giocatore. Possiamo separarle per analizzare ciò che accade, ma durante il gioco si influenzano continuamente.
Prima del piede c’è uno sguardo.
Prima del controllo c’è un’informazione.
Prima dell’esecuzione c’è uno spazio, un avversario, un compagno, una pressione o una possibilità da riconoscere.
Il gesto tecnico è ciò che vediamo.
Ma molto spesso la qualità dell’azione è stata determinata prima ancora che il giocatore tocchi il pallone.
Percezione, decisione ed esecuzione nel calcio giovanile: leggere l’azione completa
Immaginiamo un centrocampista che riceve tra le linee.
Possiamo osservare il suo controllo orientato e analizzarne gli aspetti esecutivi:
superficie utilizzata, postura, distanza della palla dal corpo, qualità del primo tocco.
Tutto corretto.
Ma prima dovremmo chiederci:
Aveva osservato ciò che accadeva alle proprie spalle?
Aveva individuato l’avversario?
Aveva riconosciuto lo spazio disponibile?
Aveva percepito la direzione della pressione?
Conosceva già alcune possibilità prima dell’arrivo della palla?
Se queste informazioni vengono raccolte in ritardo, anche una tecnica individuale di buon livello può perdere efficacia.
È per questo che ritengo utile osservare l’azione attraverso una sequenza:
PERCEPIRE → INTERPRETARE → SCEGLIERE → ESEGUIRE
Non è una formula rigida.
È soprattutto una lente attraverso cui l’allenatore può provare a comprendere dove nasce realmente una giocata riuscita o un errore.
Questo principio si collega direttamente a un altro tema che ho approfondito parlando di tecnica analitica nel calcio giovanile: possedere gli strumenti tecnici è fondamentale, ma quegli strumenti devono progressivamente essere utilizzati dentro problemi reali di gioco.
1. Percezione: guardare non significa raccogliere informazioni
Percepire non significa semplicemente vedere.
Un giovane giocatore può girare continuamente la testa senza raccogliere informazioni realmente utili.
Lo scanning non dovrebbe quindi trasformarsi nell’ennesimo comportamento meccanico da riprodurre.
“Guarda prima.”
“Controlla la spalla.”
“Gira la testa.”
Sono indicazioni corrette, ma manca una domanda fondamentale:
che cosa deve cercare il giocatore?
La posizione dell’avversario?
Lo spazio libero?
Il compagno tra le linee?
Una possibile superiorità?
La distanza dalla porta?
La direzione da cui arriverà la pressione?
La percezione diventa funzionale quando permette al giocatore di individuare informazioni che possono modificare l’azione successiva.
Il calcio, inoltre, cambia continuamente.
L’avversario si muove.
Il compagno modifica la propria posizione.
Uno spazio che era libero può chiudersi.
Una linea di passaggio può apparire e scomparire in pochi istanti.
Per questo la percezione non dovrebbe essere considerata una fotografia dell’ambiente.
È un aggiornamento continuo della relazione tra giocatore, palla, compagni, avversari, spazio e obiettivo.

Lo scanning deve avere uno scopo
Chiedere soltanto a un ragazzo di “guardare prima di ricevere” rischia di ridurre lo scanning a un movimento della testa.
Il vero obiettivo è costruire una relazione tra:
esplorazione visiva → informazione raccolta → comportamento successivo.
Se il giocatore guarda alle proprie spalle e riconosce che il difendente sta arrivando da sinistra, quella informazione dovrebbe incidere sul suo orientamento corporeo, sul primo tocco o sulla scelta di giocare di prima.
Se invece osserva ma compie comunque un’azione completamente indipendente da ciò che ha visto, il problema non è soltanto percettivo.
Dobbiamo analizzare il passaggio successivo.
La decisione.
Un esempio interessante arriva anche dal FIFA Training Centre: in una recente seduta U10 del Legia Varsavia, scanning prima della ricezione, raccolta continua delle informazioni e decisioni sotto pressione vengono utilizzati per sviluppare giocatori progressivamente più autonomi.
2. Decisione: scegliere non significa indovinare la risposta dell’allenatore
Dopo aver raccolto informazioni, il giocatore deve trovare una soluzione.
Passare.
Condurre.
Proteggere.
Girarsi.
Giocare di prima.
Attaccare uno spazio.
Temporizzare.
Calciare.
Ma decidere non significa semplicemente scegliere una risposta da un elenco prestabilito.
Il giocatore agisce dentro una situazione che cambia mentre sta cercando di risolverla.
Ed è questo che rende il calcio profondamente diverso da un esercizio nel quale la soluzione è già conosciuta.
Una systematic review dedicata all’acquisizione delle abilità nel calcio distingue proprio due prospettive. I modelli più tradizionali descrivono il processo attraverso identificazione dello stimolo, selezione della risposta e programmazione dell’azione; l’approccio ecologico-dinamico considera invece percezione e azione strettamente collegate all’interno dell’interazione tra giocatore, compito e ambiente.
Per noi allenatori significa una cosa importante:
Percezione → Decisione → Esecuzione è utile per analizzare l’azione, ma non dobbiamo immaginare tre compartimenti completamente separati.
Mentre decide, il giocatore continua a percepire.
Mentre agisce, produce nuovi cambiamenti nell’ambiente.
E quei cambiamenti generano nuove informazioni.
3. Esecuzione: la tecnica deve dare forma alla decisione
Arriviamo alla parte più visibile:
l’esecuzione.
Controllo.
Passaggio.
Conduzione.
Dribbling.
Cross.
Tiro.
Sono strumenti indispensabili.
Ed è proprio per questo che non considero tecnica e decisione due mondi opposti.
Un giocatore può riconoscere perfettamente una linea di passaggio.
Ma deve avere qualità tecnica sufficiente per servire il compagno con forza, direzione e tempo corretti.
Può individuare uno spazio da attaccare.
Ma deve possedere controllo e conduzione per sfruttarlo.
Può riconoscere un 1v1 favorevole.
Ma deve avere un repertorio motorio e tecnico sufficientemente ampio per trasformare quell’informazione in vantaggio.
Per questo considero il patrimonio tecnico una forma di libertà del giocatore.
Più strumenti possiede, maggiori sono le possibilità di concretizzare ciò che percepisce e decide.
Il problema non è allenare la tecnica.
Il problema nasce quando la tecnica non evolve mai verso la scelta.
Percezione, decisione ed esecuzione nel calcio: il controllo orientato come esempio
Pensiamo al controllo orientato.
Non esiste un controllo orientato perfetto in assoluto.
Esiste un controllo funzionale alla situazione.
Se la pressione arriva da sinistra, lo spazio è sulla destra e il giocatore controlla verso sinistra, il gesto può essere pulito dal punto di vista estetico ma inefficace dal punto di vista funzionale.
Cambiamo allora la domanda.
Non soltanto:
“Ha controllato bene?”
Ma:
“Quel controllo gli ha permesso di utilizzare ciò che aveva percepito?”
Questa domanda modifica completamente l’osservazione dell’allenatore.
Il gesto non viene più valutato solamente per la sua forma.
Viene valutato anche per il rapporto con il problema che deve risolvere.

Dal gesto isolato al gesto informato
Un classico esercizio tecnico può prevedere:
A passa a B.
B controlla verso un cono.
B trasmette a C.
Possiamo ottenere molte ripetizioni, lavorare sulla coordinazione e concentrarci sulla qualità del primo tocco.
Ed è utile.
Ma dobbiamo sapere che, in quel momento, la direzione del controllo viene stabilita principalmente dall’esercizio.
Il cono non pressa.
Non cambia velocità.
Non chiude una linea di passaggio.
Non modifica la situazione.
Il giocatore conosce già ciò che deve fare.
Questo non rende l’esercitazione sbagliata. Significa semplicemente che stiamo privilegiando una determinata componente dell’apprendimento.
È lo stesso principio che ho sviluppato nell’articolo sulla tecnica analitica nel calcio giovanile: prima posso costruire il gesto, ma progressivamente devo introdurre variabilità, informazione, opposizione e gioco.
Non si tratta quindi di cancellare il lavoro analitico.
Si tratta di sapere dove deve portarci.
Introduci informazione prima di aggiungere complessità
Possiamo far evolvere un esercizio tecnico senza trasformarlo immediatamente in una partita libera.
Prendiamo ancora il controllo orientato.
Prima fase: il giocatore conosce la direzione.
Seconda fase: cambiano traiettoria, angolo o velocità della palla.
Terza fase: un segnale visivo determina lo spazio da attaccare.
Quarta fase: la posizione di un avversario modifica la direzione utile.
Quinta fase: compagni, avversari e obiettivo creano una situazione aperta.
Il gesto rimane.
Cambiano le informazioni che lo fanno emergere.
È qui che il lavoro tecnico inizia ad avvicinarsi sempre di più al gioco.
Il primo tocco comincia prima del primo tocco
Questa è una delle idee centrali dell’intero articolo.
Quando vediamo un controllo sbagliato, siamo naturalmente portati a osservare il piede.
Ma il vero errore può essere nato molto prima.
Il giocatore non aveva guardato.
Aveva raccolto l’informazione troppo tardi.
Non aveva percepito la pressione.
Era orientato male.
Aveva visto correttamente ma scelto una soluzione poco funzionale.
Oppure aveva percepito e scelto bene, ma aveva semplicemente sbagliato tecnicamente.
Lo stesso risultato visibile può avere cause completamente differenti.
Per questo, come ho approfondito nell’articolo Errore nel calcio giovanile: diagnosi prima della correzione, prima di correggere dobbiamo provare a diagnosticare.
Se l’errore nasce dalla tecnica, lavoro sulla tecnica.
Se nasce dalla mancanza di informazioni, devo modificare il compito percettivo.
Se nasce dalla scelta, devo creare situazioni nelle quali il giocatore possa confrontare differenti possibilità.
Correggere il piede quando il problema nasce dallo sguardo significa intervenire sull’effetto e non sulla causa.
Allenare percezione, decisione ed esecuzione nel calcio giovanile
Una buona esercitazione dovrebbe portarci a porre alcune domande.
Quale informazione voglio che il giocatore riconosca?
Quale problema deve risolvere?
Quali possibilità d’azione gli sto lasciando?
Il gesto dipende realmente da ciò che accade oppure è già prestabilito?
Quello che sto allenando mantiene un collegamento con il gioco?
Una systematic review di 34 articoli e 35 studi condotti nel calcio ha trovato supporto per metodologie che favoriscono l’esplorazione dei giocatori all’interno di scenari rappresentativi. Allo stesso tempo, gli autori evidenziano che anche approcci più tradizionali basati sulla ripetizione possono produrre miglioramenti tecnici, mentre il loro trasferimento diretto alla prestazione di gara è stato studiato meno.
Questo per me è un punto decisivo.
Non dobbiamo cercare uno slogan metodologico.
Dobbiamo capire quale strumento serve, in quale momento e per quale obiettivo.

Il ruolo dell’allenatore: non scegliere sempre al posto del giocatore
Se vogliamo sviluppare giovani capaci di percepire e decidere, dobbiamo prestare attenzione a quante decisioni prendiamo continuamente al posto loro.
“Gira.”
“Gioca fuori.”
“Scarica.”
“Vai dentro.”
“Passa.”
L’indicazione può essere utile.
Ma se accompagna ogni azione, il giocatore rischia progressivamente di diventare l’esecutore della percezione dell’allenatore.
Noi vediamo il campo da fuori.
Abbiamo un’angolazione privilegiata.
Possiamo osservare contemporaneamente spazi che il giocatore non vede.
Per questo una domanda può essere, in alcuni momenti, più formativa di una soluzione pronta.
“Cosa avevi visto?”
“Da dove arrivava la pressione?”
“Quale spazio si era aperto?”
“Cos’altro potevi fare?”
Il lavoro dell’allenatore non scompare.
Cambia.
Dobbiamo sapere quando mostrare, quando correggere, quando modificare il compito e quando lasciare al giocatore il tempo di cercare.
Questa attenzione all’autonomia e all’esplorazione è anche uno dei temi che emerge nell’approfondimento Dentro il campo, dentro il gioco.
Dal giocatore esecutore al giocatore enattivo
Qui arriviamo al punto che più rappresenta la mia idea di formazione.
Non voglio costruire un giocatore che sappia semplicemente riprodurre una soluzione.
Voglio contribuire a formare un giocatore enattivo.
Un giocatore che interagisce continuamente con ciò che accade.
Esplora.
Percepisce.
Si orienta.
Interpreta.
Sceglie.
Agisce.
E mentre agisce modifica nuovamente l’ambiente.
Un passaggio fa muovere un avversario.
Una conduzione apre uno spazio.
Un controllo orientato cambia una linea di pressione.
Un movimento senza palla modifica le possibilità del compagno.
L’esecuzione, quindi, non rappresenta necessariamente la fine del processo.
Può diventare l’inizio della situazione successiva.
Non allenare soltanto ciò che accade dopo l’arrivo della palla
La domanda con cui vorrei chiudere è semplice:
che cosa deve percepire il giocatore per riuscire nella mia esercitazione?
Se non deve percepire nulla perché conosce anticipatamente tutto ciò che accadrà, probabilmente stiamo lavorando soprattutto sull’esecuzione.
Può essere corretto.
Ma deve essere una scelta consapevole.
Se invece vogliamo portare quella tecnica verso la partita, progressivamente dovremo restituire al giocatore ciò che rende il calcio un ambiente aperto:
spazio, tempo, direzione, compagni, avversari, pressione, variabilità e incertezza.
Il gesto tecnico deve sopravvivere a tutto questo.
Anzi, deve imparare ad adattarsi a tutto questo.
Percezione, decisione ed esecuzione nel calcio giovanile: dare significato alla tecnica
La percezione, decisione ed esecuzione nel calcio giovanile non dovrebbero essere considerate tre competenze indipendenti.
La tecnica rimane fondamentale.
Ma diventa realmente funzionale quando il giocatore riesce a collegarla alle informazioni che emergono dal gioco.
PERCEPIRE per riconoscere ciò che sta accadendo.
INTERPRETARE per attribuire significato alle informazioni.
SCEGLIERE una possibilità funzionale.
ESEGUIRE con gli strumenti tecnici necessari.
Poi tutto ricomincia.
Perché il calcio non smette mai di cambiare.
Ed è proprio questa capacità di adattarsi continuamente che dobbiamo provare a costruire nel percorso formativo.
💭 Il Mio Pensiero — Mister Cacace
Io non voglio allenare soltanto il gesto corretto.
Voglio formare un giocatore capace di capire quale gesto serve, quando serve e perché.
La tecnica diventa veramente funzionale quando incontra la lettura del gioco.
— Mister Cacace
Allenare oggi, formare domani.
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