ERRORE NEL CALCIO GIOVANILE: DIAGNOSI PRIMA DELLA CORREZIONE

Nel calcio giovanile correggiamo continuamente.

Un controllo sbagliato.
Un passaggio intercettato.
Una scelta ritardata.
Un movimento fatto nel momento sbagliato.

L’istinto dell’allenatore è spesso immediato:

fermarsi, spiegare, correggere.

Ma c’è una domanda che dovrebbe arrivare prima di tutte le altre:

perché il giocatore ha commesso quell’errore?

Perché ciò che vediamo è soltanto il risultato finale di un processo.

E se correggiamo il risultato senza comprenderne la causa, rischiamo di intervenire sul problema sbagliato.

L’ERRORE CHE VEDI NON È SEMPRE IL VERO ERRORE

Un giocatore sbaglia un passaggio.

La prima lettura potrebbe essere semplice:

“Ha sbagliato tecnicamente.”

Ma siamo sicuri?

Forse non aveva osservato prima di ricevere.
Forse ha raccolto l’informazione troppo tardi.
Forse il suo orientamento corporeo gli ha impedito di vedere una soluzione migliore.
Forse ha visto correttamente la situazione, ma ha scelto male.
Oppure la scelta era corretta e l’errore è stato realmente esecutivo.

Lo stesso risultato — passaggio sbagliato — può quindi avere origini completamente differenti.

Ed è qui che cambia il lavoro dell’allenatore.

Non basta vedere cosa è successo.

Bisogna provare a capire perché è successo.

PRIMA DI CORREGGERE, DIAGNOSTICARE

La correzione efficace parte da una diagnosi.

Quando osservo un errore, provo idealmente a ricostruire il percorso che ha portato il giocatore fino a quell’azione:

PERCEPIRE → INTERPRETARE → SCEGLIERE → ESEGUIRE

Se uno di questi passaggi si rompe, l’azione finale può risultare sbagliata.

Questo significa che non tutti gli errori devono essere allenati allo stesso modo.

Se il problema è esecutivo, posso intervenire sulla tecnica.

Se il problema nasce dalla mancanza di informazioni, dovrò costruire esercitazioni che stimolino osservazione e scanning.

Se il giocatore percepisce correttamente ma sceglie male, il problema diventa decisionale.

Se invece riconosce la soluzione ma arriva in ritardo, devo interrogarmi sui tempi della sua lettura e della sua azione.

La stessa correzione non può funzionare per cause differenti.

Prima di correggere diagnosticare: percepire, interpretare, scegliere ed eseguire nel calcio giovanile – Mister Cacace

“COSA AVEVI VISTO?”

È probabilmente una delle domande più importanti che possiamo rivolgere a un giovane calciatore.

Non:

“Perché hai fatto quello?”

con un tono che contiene già un giudizio.

Ma:

“Cosa avevi visto?”

La differenza è enorme.

La prima domanda rischia di spingere il giocatore a cercare la risposta che l’allenatore vuole sentire.

La seconda prova invece ad entrare nel suo processo.

Cosa stava osservando?

Quale compagno aveva individuato?

Aveva percepito la pressione dell’avversario?

Aveva visto lo spazio libero?

Quale soluzione pensava di avere?

A volte scopriremo che ciò che il giocatore ha visto era molto diverso da ciò che noi, fuori dal campo e con una visuale privilegiata, pensavamo fosse evidente.

Ed è proprio lì che inizia il vero allenamento.

L’ALLENATORE VEDE PIÙ DEL GIOCATORE

Dalla nostra posizione osserviamo quasi sempre più informazioni.

Vediamo la struttura della squadra.

Vediamo lo spazio alle spalle dell’avversario.

Vediamo il compagno libero sul lato opposto.

Vediamo ciò che il portatore avrebbe “dovuto” fare.

Ma il giocatore vive quella situazione in pochi decimi di secondo, con avversari vicini, pressioni, orientamenti corporei e informazioni parziali.

Per questo dobbiamo stare attenti a non confondere:

una soluzione evidente per l’allenatore

con

una soluzione realmente percepibile dal giocatore in quel momento.

Il nostro compito non è soltanto mostrargli la risposta.

È aiutarlo a diventare progressivamente capace di trovarla.

CORREGGERE MENO, OSSERVARE MEGLIO

Nel calcio giovanile esiste anche il rischio della sovra-correzione.

Interrompiamo.

Spieghiamo.

Diamo la soluzione.

Ripartiamo.

Poi interrompiamo di nuovo.

Il giocatore esegue sempre meglio quello che gli chiediamo, ma non necessariamente impara a risolvere autonomamente il gioco.

A volte la scelta migliore dell’allenatore è non intervenire immediatamente.

Osservare se l’errore si ripete.

Capire in quali condizioni compare.

Cambiare uno spazio, un vincolo, una superiorità numerica o una direzione dell’esercitazione.

E verificare se il comportamento cambia.

Anche l’esercitazione può diventare uno strumento diagnostico.

L’ERRORE NON VA ELIMINATO: VA UTILIZZATO

Un ambiente formativo non dovrebbe avere come obiettivo quello di produrre giocatori che non sbagliano.

Dovrebbe produrre giocatori che imparano dagli errori.

L’errore fornisce informazioni.

Ci mostra ciò che il giocatore ha compreso, ciò che non ha percepito, ciò che non sa ancora eseguire e ciò che non riesce ancora ad adattare.

Per questo l’errore non dovrebbe essere vissuto soltanto come qualcosa da correggere.

Può diventare materiale di allenamento.

Se il giovane sa che ogni errore provoca immediatamente un richiamo, tenderà progressivamente a proteggersi dall’errore.

Se invece comprende che l’errore può essere analizzato, rielaborato e utilizzato per trovare una soluzione migliore, può iniziare a sviluppare maggiore autonomia.

DAL GIOCATORE CHE OBBEDISCE AL GIOCATORE CHE COMPRENDE

La differenza è profonda.

Possiamo formare un giocatore che aspetta continuamente indicazioni:

passa.

gira.

vai.

scarica.

gioca fuori.

Oppure possiamo provare a costruire un giocatore capace di osservare, interpretare e scegliere.

Il secondo percorso è inevitabilmente più complesso.

Richiede tempo.

Richiede errori.

Richiede anche la capacità dell’allenatore di accettare che il giocatore possa scegliere una soluzione diversa da quella che lui avrebbe scelto.

Ma è proprio attraverso questo processo che possiamo avvicinarci alla formazione del giocatore enattivo: un giocatore che non si limita a riprodurre risposte memorizzate, ma interagisce con ciò che accade, raccoglie informazioni e adatta continuamente il proprio comportamento.

Diagnosi prima della correzione: ha visto, ha scelto, ha eseguito – Mister Cacace

DIAGNOSI PRIMA DELLA CORREZIONE

Quindi, davanti a un errore, provo a non chiedermi immediatamente:

“Come lo correggo?”

Prima provo a chiedermi:

“Da dove nasce?”

È un problema di percezione?

Di orientamento?

Di tempo?

Di scelta?

Di esecuzione?

Solo dopo arriva la correzione.

Perché allenare non significa riempire il giocatore di risposte.

Significa progressivamente renderlo capace di costruire le proprie risposte dentro il gioco.

E forse una delle competenze più importanti dell’allenatore non è correggere velocemente.

È capire correttamente cosa correggere.

Prima la diagnosi. Poi la correzione.

Allenare oggi significa formare giocatori capaci di comprendere il gioco di domani.

— Mister Cacace

Torna in alto