Un giovane calciatore può migliorare davvero se l’allenatore gli fornisce continuamente la soluzione?
È una domanda che considero centrale quando parliamo di coaching nel settore giovanile.
Perché il rischio, soprattutto quando vogliamo aiutare rapidamente il ragazzo, è intervenire troppo: suggerire dove passare, quando girarsi, dove muoversi, quale gesto utilizzare e perfino cosa avrebbe dovuto vedere.
L’intenzione è corretta.
Vogliamo facilitare il compito.
Ma c’è una differenza enorme tra aiutare il giocatore a comprendere il gioco e sostituirci a lui nel processo di comprensione.
Nel mio modo di vedere la formazione, il coaching non dovrebbe produrre dipendenza dalla voce dell’allenatore.
Dovrebbe costruire progressivamente autonomia.
La tecnica fornisce strumenti.
Il gioco pone problemi.
L’errore produce informazioni.
Il coaching aiuta il giocatore a interpretarle.
L’apprendimento emerge quando l’azione successiva cambia.
Ed è proprio qui che il coaching entra in relazione con un’idea che porto avanti da tempo: formare un giocatore enattivo, capace di percepire, scegliere, agire, verificare e adattarsi continuamente a ciò che accade.
Per questo il coaching nel settore giovanile non può essere ridotto a una successione di correzioni.
Deve diventare parte del processo attraverso il quale il giocatore impara progressivamente a costruire le proprie risposte.
Coaching nel settore giovanile: il paradosso dell’allenatore che vuole giocatori autonomi
Nel settore giovanile diciamo spesso di voler formare calciatori intelligenti, creativi, responsabili e capaci di prendere decisioni.
Poi, però, durante l’allenamento rischiamo di decidere tutto noi.
“Gioca fuori.”
“Scarica.”
“Girati.”
“Passala.”
“Vai dentro.”
“Tira.”
Il giocatore riceve la palla, ma la soluzione può essere già arrivata dalla panchina o da pochi metri di distanza.
A quel punto dobbiamo farci una domanda scomoda:
chi sta realmente leggendo il gioco?
L’allenatore o il giocatore?
Questo non significa che il coaching prescrittivo sia sempre sbagliato.
Ci sono momenti nei quali una consegna chiara, una correzione diretta o un’informazione precisa sono necessarie. Soprattutto quando introduciamo un contenuto nuovo, quando un ragazzo non possiede ancora determinati riferimenti o quando dobbiamo chiarire un principio.
Il problema nasce quando la prescrizione diventa la modalità dominante.
Se ogni problema viene risolto dall’adulto prima che il giovane abbia il tempo di esplorarlo, il giocatore può diventare sempre più bravo a seguire indicazioni senza diventare realmente più capace di leggere il gioco.
Il coaching nel settore giovanile dovrebbe quindi avere un obiettivo più ambizioso:
non soltanto migliorare l’azione presente, ma aumentare la qualità delle azioni future.
Dalla tecnica al coaching: prima costruire gli strumenti, poi liberarli
Ho già approfondito un principio che considero fondamentale: la tecnica non va contrapposta al gioco.
Nel lavoro sulla tecnica analitica nel calcio giovanile possiamo ridurre temporaneamente la complessità, aumentare il numero di ripetizioni, costruire sensibilità, coordinazione e repertorio.
Successivamente dobbiamo però aumentare variabilità, informazione, opposizione e possibilità di scelta.
La tecnica costruisce gli strumenti.
Il gioco insegna quando, dove e perché utilizzarli.
È la stessa logica che ho sviluppato nell’approfondimento dedicato al rapporto tra gesto tecnico e decisione nel calcio giovanile.
Quando il giocatore entra in un contesto più aperto, il compito del coach cambia.
Non basta più chiedersi:
“Ha eseguito bene il gesto?”
Dobbiamo chiederci anche:
“Che cosa ha percepito?”
“Quale informazione ha utilizzato?”
“Quale alternativa aveva?”
“La scelta era coerente con ciò che stava accadendo?”
“Il problema è tecnico oppure nasce prima dell’esecuzione?”
È qui che il coaching diventa parte del processo tecnico.
Perché una correzione sul piede d’appoggio può essere inutile se il ragazzo ha sbagliato perché non aveva osservato prima di ricevere.
Allo stesso modo, una domanda sulla scelta può servire poco se il giocatore ha letto correttamente la situazione ma non possiede ancora gli strumenti tecnici per realizzarla.
Il coach deve quindi distinguere ciò che vede da ciò che ha realmente generato l’errore.
Prima della correzione viene la diagnosi
Uno dei rischi più frequenti nel coaching è correggere il risultato visibile senza comprendere l’origine del comportamento.
Un passaggio viene intercettato.
Possiamo dire immediatamente:
“Devi passarla meglio.”
Ma l’errore potrebbe essere nato molto prima.
Il giocatore non aveva effettuato scanning?
Non aveva percepito l’avversario?
Ha riconosciuto la pressione ma ha scelto comunque una linea rischiosa?
Ha scelto correttamente ma ha sbagliato tempo?
Il corpo era orientato male?
L’esecuzione tecnica non era adeguata?
Sono problemi diversi.
E richiedono interventi diversi.
Per questo, nell’articolo dedicato all’errore nel calcio giovanile e alla diagnosi prima della correzione, ho insistito proprio su questo principio.
Il coaching efficace parte dall’osservazione.
PERCEZIONE → INTERPRETAZIONE → SCELTA → ESECUZIONE
Se non proviamo a capire in quale punto della sequenza si è rotto il processo, rischiamo di correggere ciò che vediamo senza modificare ciò che ha causato realmente l’errore.
Un principio decisivo nel coaching nel settore giovanile dovrebbe quindi essere:
OSSERVARE PRIMA DI CORREGGERE.
Questa è una delle competenze più importanti dell’allenatore:
non essere veloce a parlare, ma essere preciso nel capire.

Errore, feedback e apprendimento: il coaching non deve cancellare il problema
Se consideriamo l’errore soltanto qualcosa da eliminare, la reazione naturale sarà correggerlo il prima possibile.
Se invece lo consideriamo anche una fonte di informazione, cambia il nostro modo di intervenire.
Il giocatore prova una soluzione.
L’azione produce un effetto.
Quell’effetto restituisce informazioni.
Il giocatore può confrontare ciò che voleva ottenere con ciò che è realmente accaduto.
Ed eventualmente modificare l’azione successiva.
PERCEPISCI → DECIDI → AGISCI → VERIFICA → INTERPRETA → ADATTA
In questo ciclo il coach non deve necessariamente entrare ogni volta.
A volte il feedback più immediato arriva dal gioco stesso.
Una linea di passaggio viene chiusa.
Un avversario intercetta.
Un controllo porta il pallone troppo vicino alla pressione.
Uno spazio si apre dopo un movimento.
La realtà dell’azione sta già comunicando qualcosa al giocatore.
Il nostro compito è capire quando quell’informazione è sufficiente e quando invece il ragazzo ha bisogno di un supporto per riconoscerla.
Nel contributo dedicato al feedback, il FIFA Training Centre con John Hattie evidenzia come il valore del feedback non stia soltanto nel comunicare ciò che è accaduto, ma anche nell’aiutare chi apprende a comprendere quale possa essere il passo successivo.
Questo per me è il punto decisivo.
Il vero risultato del coaching non è la correzione dell’azione presente.
È la trasformazione dell’azione successiva.
Coaching nel settore giovanile: dire, chiedere o restare in silenzio?
Non esiste un unico stile di intervento valido per ogni momento.
A volte bisogna dire.
A volte bisogna chiedere.
A volte bisogna lasciare giocare.
La qualità del coaching sta anche nella capacità di scegliere quale strumento utilizzare.
Quando DIRE
L’intervento diretto può essere utile quando il giocatore non possiede ancora un riferimento, quando dobbiamo introdurre un principio, quando serve sicurezza o quando la situazione richiede una comunicazione rapida e inequivocabile.
Dire non significa necessariamente controllare.
Una parola chiave breve può orientare l’attenzione senza consegnare tutta la soluzione.
Quando CHIEDERE
La domanda è utile quando vogliamo riportare il giocatore dentro il processo.
“Cosa avevi visto prima di ricevere?”
“Dove potevi creare una seconda linea?”
“Quale spazio si è aperto quando il difensore è uscito?”
“Che cosa avresti potuto cambiare?”
La domanda efficace non serve a dimostrare che il mister conosce la risposta.
Serve a far emergere ciò che il giocatore ha percepito, interpretato e deciso.
Ma anche qui bisogna evitare un altro eccesso.
Trasformare ogni correzione in una domanda può diventare artificiale quanto dare sempre la risposta.
Quando TACERE
Il silenzio è probabilmente lo strumento più sottovalutato.
Non significa disinteresse.
Significa concedere tempo all’esperienza.
Se interrompiamo continuamente un gioco, riduciamo la continuità delle informazioni che il giocatore riceve e spezziamo il rapporto tra azione, conseguenza e nuova risposta.
Nel coaching nel settore giovanile, sapere quando non intervenire è una competenza.

Il coaching è parte del design dell’esercitazione
Possiamo progettare una buona esercitazione e poi limitarne il valore attraverso un coaching eccessivamente invasivo.
Oppure possiamo utilizzare il design stesso dell’attività per orientare l’apprendimento.
Spazio.
Numero di giocatori.
Direzioni.
Porte.
Zone.
Punteggi.
Superiorità e inferiorità numeriche.
Regole.
Tempo.
Sono tutti elementi che modificano le informazioni disponibili e i problemi che il giocatore incontra.
Il FIFA Training Centre, nei contenuti dedicati al design dei giochi per lo sviluppo, evidenzia come obiettivi e regole possano orientare i comportamenti, ma raccomanda anche di lasciare tempo all’esplorazione e all’adattamento e di evitare interruzioni continue del gioco.
Questo apre una possibilità importante per l’allenatore.
Prima di spiegare una soluzione, posso modificare il problema.
Se voglio aumentare la ricerca dell’ampiezza, posso intervenire sulle dimensioni o sui bersagli.
Se voglio stimolare il cambio lato, posso costruire un punteggio che premi la capacità di riconoscere il lato debole.
Se voglio allenare la reazione alla perdita, posso creare una transizione immediatamente significativa.
L’esercitazione comunica.
Il vincolo comunica.
Lo spazio comunica.
L’avversario comunica.
Il coach non è l’unica fonte di informazione.
Quando progettiamo il coaching nel settore giovanile, quindi, dovremmo pensare non soltanto a cosa dire, ma anche a ciò che l’ambiente può far emergere senza una spiegazione continua.
Per questo considero il coaching parte integrante del design dell’esercitazione.
Un buon problema può insegnare prima ancora che il mister parli.
Dal gesto corretto alla soluzione funzionale
Nel mio lavoro sulla tecnica funzionale e tecnica esecutiva ho cercato di separare due domande che spesso vengono confuse.
“Il gesto è corretto?”
e
“Il gesto è funzionale?”
Non sono sempre la stessa cosa.
Un controllo può essere pulito dal punto di vista esecutivo ma portare il giocatore verso una zona chiusa.
Un passaggio può essere tecnicamente preciso ma giocato nel momento sbagliato.
Una conduzione può non rispettare un modello estetico ideale, ma permettere al ragazzo di proteggere palla, superare una pressione e creare vantaggio.
Questo non significa rinunciare alla qualità tecnica.
Significa valutarla dentro il problema che deve risolvere.
Anche qui il coaching può cambiare completamente il processo.
“Usa l’interno.”
“Apri di più il piede.”
“Tocca la palla così.”
Possono essere indicazioni utili se il problema è esecutivo.
Ma se diventano l’unica lente attraverso cui osserviamo l’azione, rischiamo di allenare la forma del gesto senza comprenderne la funzione.
Il coaching nel settore giovanile dovrebbe progressivamente spostare il giocatore da:
COME ESEGUIRE
verso:
COME ESEGUIRE + QUANDO + DOVE + PERCHÉ

Ecological dynamics e giocatore enattivo: adattarsi invece di ripetere
Nel contributo di Keith Davids dedicato all’ecological dynamics applicata al calcio, il FIFA Training Centre richiama l’importanza di allenare il giocatore all’interno di contesti che gli permettano di utilizzare le informazioni dell’ambiente e adattare le proprie abilità ai problemi reali del gioco.
Per un giovane calciatore significa imparare a convivere con la variabilità.
La palla non arriva sempre uguale.
L’avversario non pressa sempre nello stesso modo.
Il compagno non occupa sempre la stessa posizione.
Lo spazio cambia.
Il tempo cambia.
La soluzione deve cambiare.
È qui che entra il giocatore enattivo.
Non un giocatore lasciato semplicemente “libero”.
Non un giocatore senza principi.
Non un giocatore al quale l’allenatore non insegna nulla.
Ma un giovane che costruisce conoscenza attraverso l’interazione continua tra ciò che percepisce, ciò che fa e ciò che l’azione gli restituisce.
Il coach prepara l’ambiente.
Introduce riferimenti.
Costruisce strumenti.
Osserva.
Interviene.
Riduce o aumenta la complessità.
Ma progressivamente restituisce il problema al giocatore.
Perché in partita la voce dell’allenatore non potrà anticipare ogni situazione.
E soprattutto non dovrebbe farlo.
Sei domande prima di intervenire
Prima di fermare un’esercitazione o correggere un ragazzo, possiamo utilizzare una piccola checklist.
- Devo realmente intervenire adesso?
- Il giocatore possedeva le informazioni necessarie per risolvere il problema?
- L’errore nasce dalla percezione, dalla scelta, dal tempo o dall’esecuzione?
- Posso modificare il compito invece di spiegare direttamente la soluzione?
- Serve una spiegazione, una domanda, una parola chiave o semplicemente altro tempo?
- Il mio intervento aiuterà soltanto questa azione oppure aumenterà la capacità del giocatore di affrontare situazioni simili in futuro?
Non sono regole rigide.
Sono filtri.
Servono a ricordarci che parlare di più non significa necessariamente allenare meglio.
Coaching nel settore giovanile: rendere progressivamente meno necessaria la voce del mister
Il coaching non dovrebbe essere valutato dalla quantità di informazioni che riusciamo a trasmettere durante una seduta.
Dovremmo valutarlo anche da ciò che il giocatore riesce progressivamente a fare senza di noi.
Riconosce prima una situazione?
Osserva più informazioni?
Trova più alternative?
Comprende perché una scelta ha funzionato?
Modifica autonomamente una soluzione?
Utilizza la tecnica in maniera più funzionale?
Riesce a trasferire ciò che ha imparato dentro un contesto differente?
Se accade, allora il coaching sta producendo qualcosa che va oltre la correzione.
Sta costruendo competenza.
Tecnica, errore, feedback, decisione e apprendimento non sono capitoli separati.
Sono parti dello stesso processo:
STRUMENTI → PROBLEMA → AZIONE → ERRORE/ESITO → INFORMAZIONE → ADATTAMENTO
Il coach accompagna questo processo.
Non deve scomparire.
Deve diventare più preciso.
Più selettivo.
Più capace di osservare.
Meno interessato a controllare ogni azione e più interessato a costruire giocatori capaci di controllare sempre meglio le proprie.
💭 Il Mio Pensiero — Mister Cacace
Più lavoro nel settore giovanile, più considero il coaching una responsabilità enorme.
Una parola può aiutare un ragazzo a vedere qualcosa che prima non vedeva.
Ma una parola data troppo presto può anche togliergli la possibilità di scoprirlo.
Per questo non credo nel mister che parla sempre e nemmeno nel mister che non interviene mai.
Credo nell’allenatore che osserva, diagnostica e sceglie il momento.
Voglio costruire giocatori che abbiano tecnica, ma sappiano usarla.
Che possano sbagliare, ma sappiano leggere ciò che l’errore restituisce.
Che conoscano principi, ma non abbiano bisogno di aspettare continuamente una soluzione dall’esterno.
Per me il miglior coaching nel settore giovanile è quello che, nel tempo, rende la voce dell’allenatore sempre meno necessaria perché il giocatore è diventato sempre più capace di percepire, decidere e adattarsi.
Allenare oggi, formare domani.
📲 Se questo articolo può essere utile a un allenatore che lavora nel settore giovanile, condividilo.
Il confronto metodologico ha valore quando ci aiuta a costruire ambienti migliori per i nostri ragazzi.
— Mister Cacace
